Torna il caporalato in porto?

Era una piaga che ormai la si considerava del passato. Destinata a non tornare più. Eppure, a detta di alcuni

esponenti genovesi della Cgil, anche nel nostro porto ci sono parecchi movimenti sospetti. A denunciare il fatto, all’interno di una intervista a un’emittente locale ligure, Marco Gallo, da anni sindacalista attivo nel porto di Genova, sempre con la Cgil. “Purtroppo, con la crisi che avanza, non di rado si assiste nel vedere al mattino presto alcuni capannelli di uomini formarsi ai valichi del porto di Voltri o a San Benigno. Tutti in attesa di lavorare in nero al soldo di qualche imprenditore o armatore. Fa davvero male assistere a queste scene. Non fa differenza tra italiani o stranieri. Se un tempo il lavorare a cottimo era ad appannaggio dei lavoratori romeni, moldavi o comunque dell’Europa dell’Est, ora anche i nostri connazionali, non trovando altri sbocchi occupazionali, si accontentano di poco”.

Il caporalato era una di quelle piaghe che andava di moda nel porto di Genova sia nell’ante che nel dopo guerra. All’epoca si vedevano file di uomini in coda alla ricerca disperata di qualche mansione giornaliera. Un lavoretto ad ore per tirare avanti e mantenere la propria famiglia.

Nessuno si sarebbe immaginato che questo fenomeno, davvero allarmante, potesse ricrearsi nel 2013. Ma Genova non è la sola città a denunciare questo ritorno al passato. Da almeno due anni, nel bergamasco e nel bresciano, per non parlare del veronese e del vicentino, molti operai stranieri si vendono, ai margini delle strade, al miglior offerente, a paghe imbarazzanti: 7 o 8 euro all’ora per stare tutto il giorno in mezzo ai ponteggi senza caschi, rischiando la propria pelle.

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