Le riflessioni ferragostane di Regazzoni

Simone Regazzoni

Il filosofo ribelle genovese Simone Regazzoni, un tempo nel Pd (si è dimesso lo scorso 5 marzo, il giorno

dopo la batosta elettorale alle politiche del centrosinistra, accusato di essere troppo di destra, l’anno prima si voleva candidare alle primarie del Pd al posto di Gianni Crivello), spiega: “C'è un fatto che colpisce nella critica politica al governo giallo-verde, e che la rende autoreferenziale e poco credibile. Fateci caso.

Coloro che oggi, dalle loro colonne (vedi ad esempio il Foglio), ci dicono un giorno sì e l'altro pure che siamo di fronte a una chiara forma di governo fascista, che invocano il risveglio dei liberali, sono gli stessi che per anni hanno esaltato Berlusconi come grande figura di rinnovamento politico e morale dell'Italia.

Che cosa è accaduto? Nel passaggio da Berlusconi alla Lega siamo passati dalla grande politica al peggiore fascismo? No, semplicemente Berlusconi aveva bisogno di intellettualini di corte, finti consiglieri del Principe, la Lega no. Berlusconi era borghesia, Lega e 5stelle sono popolo.

Ed ecco allora la frustrazione personale dell'intellettuale decaduto che diventa retorica dell'antinazismo, l'invidia sociale (inaccettabile che Di Maio e Salvini occupino quei posti senza avere la nostra cultura!!) che si trasfigura in resistenza dietro i divani dei salotti buoni in cui chiedere asilo politico.

La credibilità di un discorso si gioca sulla credibilità di colui che lo preferisce. Per questo l'antifascismo di chi fino a ieri esaltava la destra berlusconiana è oggi non solo risibile ma dannoso. E' risibile come invettiva, è dannoso come analisi perché si articola a partire dal Bignami del piccolo liberale snob, finto colto e metaironico, mentre la congiuntura politica richiede nuove risorse culturali e nuove categorie.

Che fare per criticare in modo efficace il governo giallo-verde? Studiare. Studiare come funziona il discorso sovranista, studiare come si articola la sua egemonia, studiare come si articola il suo rapporto con il popolo evitando le scorciatoie dell'analogia: il Novecento è finito e non torna.

Per fare questo non servono invettive. Non serve indignazione morale. E soprattutto non servono le sparate e gli appelli che hanno come scopo solo quello di rinforzare il Brand di chi parla. Occorrono in primo luogo rispetto per le istanze popolari che hanno portato il discorso sovranista alla vittoria e capacità di analizzare questo discorso riconoscendone il valore politico.

”.

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